Assassini

scritto da Suomiblue
Scritto 11 mesi fa • Pubblicato 11 mesi fa • Revisionato 11 mesi fa
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Autore del testo Suomiblue

Testo: Assassini
di Suomiblue

Mio fratello è morto esattamente venticinque anni fa. Vorrei che ci fosse qualcosa di quasi poetico in tutto questo, che questa data apparentemente casuale abbia un significato cosmico che va oltre la mia tragedia personale. Ma il fatto che io sia arrivato a questo momento significativo della mia vita esattamente un quarto di secolo dopo quell’incidente mortale, sembra essere solo una coincidenza.

Il ricordo rimane viscerale nella mia mente, come se lo sperimentassi costantemente, un salto periodico della puntina nel solco segnato di un disco. Un marciapiede affollato di città: uomini d'affari che parlano ai loro cellulari, una fila di bambini dell'asilo che si tengono per mano indossando la stessa maglietta azzurra, alcuni sballati di crack che chiedono l'elemosina. Auto che sbuffano in sottofondo, freni che cigolano, il suono occasionale di un clacson.

Quel giorno mio fratello minore si stava comportando in modo davvero fastidioso. Mi era stato affidato contro la mia volontà e stavamo facendo il tragitto dal nostro albergo fino al quartiere dei teatri, entrambi vestiti con abiti che non volevamo indossare per andare a vedere un balletto che non volevamo vedere. Il mio obiettivo era portare a termine questo compito il più velocemente possibile, e questo spiegava la mia andatura frettolosa. Mio fratello, d'altra parte, sembrava che stesse cercando di far trascorrere il tempo apposta, come se accumulando un ritardo impossibile da colmare avessimo potuto perdere lo spettacolo. Camminare con lui era come portare a spasso il nostro cane quando si fermava ad annusare ogni fiore, cespuglio e albero che incontravamo. Ogni pochi passi mio fratello si attardava e dovevo tirarlo per un braccio, suscitando una protesta sotto forma di un lamento o di un finto singhiozzo. Era una cosa orribile.

Ci avvicinammo all'incrocio tra Atlantic Street e Fifth Avenue, dove si era radunata una folla in attesa del semaforo verde. Era un momento di grande affluenza: il pubblico degli spettacoli musicali serali e degli eventi sportivi si riversava nelle strade, mentre i lavoratori tornavano a casa. Mio fratello e io ci unimmo al gruppo.

Il cartello "Walk" si illuminò e la folla davanti a noi cominciò a muoversi. Mentre stavamo per avanzare, scoppiò un tumulto alla mia destra. Incapace di vedere oltre le persone più vicine a me, strinsi più forte la mano di mio fratello, temendo che un rapitore potesse strisciare tra la folla in cerca di facili prede.

"Mi fai male!" urlò, dandomi un calcio. "Lasciami andare, stronzo!"

Lo lasciai andare, ma non perchè me l’avesse chiesto: lo feci perché il suo piede aveva trovato la parte più sensibile della mia tibia. Se mio fratello possedeva un talento, era quello di dare calci negli stinchi. Sapeva come farlo in modo che facesse un male cane ma senza lasciare un livido.

Mentre sollevavo la gamba, massaggiandomi la ferita e maledicendo il suo nome, il clamore alla mia destra aumentò di volume. Tutti si erano voltati in direzione del rumore, ma in quel momento ero concentrato solo sul dolore bruciante allo stinco. Forse questa volta aveva lasciato un segno che avrei potuto usare come prova per...

"Via, toglietevi dai piedi!"

Prima ancora di riuscire a registrare la voce dell'uomo, il peso di quelli che dovevano essere cento corpi mi travolse il fianco destro. Già in una posizione precaria, su un piede solo, caddi facilmente addosso a mio fratello. Aveva solo sette anni e non poteva pesare più di venticinque chili, quindi quando gli franai addosso lo scaraventai con facilità fuori dai confini sicuri del marciapiede, nella trafficata strada cittadina.

Il rumore dell'autobus che schiacciava il corpo di mio fratello è ciò che mi è rimasto impresso più nitidamente. Un rumore umido e scricchiolante, come se si calpestasse un ramo fradicio e lo si spezzasse, ma moltiplicato all’ennesima potenza. Sapevo che era morto prima ancora di alzare lo sguardo, perchè quel rumore non era quello di un pezzo di legno inerte, ma di un essere umano con ossa, muscoli, sangue e organi. L'ultima immagine che ho di mio fratello, mentre era ancora lontanamente possibile che fosse ancora vivo, è di lui che veniva trascinato sotto la ruota da quaranta chili del bus, trasformando lo stato del suo corpo da essere umano a melma umana, incollato all'asfalto irregolare.

E mentre le urla mi avvolgevano, mentre allungavo la mano verso ciò che restava di mio fratello, mentre venivo tirato indietro da un altro pedone che mi aveva salvato dall'essere schiacciato dalla ruota posteriore dell'autobus, mi trovai di fronte a due dure verità: 1) che mio fratello era morto, e 2) che avevo fallito nel mio dovere di prendermi cura di lui, e questo – nonostante quello che tutti mi avrebbero detto nei mesi successivi – era colpa mia. Il senso di colpa si era acceso da qualche parte nel profondo della mia mente, un fuoco che non si sarebbe mai spento. Le lacrime mi offuscarono la vista mentre inalavo il sapore ramato del sangue di mio fratello.

Quindi, come ho detto, è un ricordo viscerale. Ma va bene così.

Perchè negli ultimi venticinque anni ho costruito una macchina del tempo.

E oggi la userò.

                                                                                                           ******

So cosa vi state chiedendo: come funziona? Dato che questo non è un romanzo di Tom Clancy, non vi darò il manuale tecnico completo, ma diciamo solo che ho decifrato il codice quantistico. Dopo un quarto di secolo di lavoro scrupoloso, ora posso prevedere il moto delle subparticelle all'interno della struttura atomica. E se si può prevedere quel moto, si può controllare quel moto. E se si può controllare il moto, si può controllare il tempo, perchè il tempo è questo: una cosa che si trasforma in qualcos'altro.

La mia macchina del tempo è fondamentalmente una capsula sottovuoto fatta di una lega di berillio: vabbè, non importa. Premi un paio di pulsanti sul computer, entra nella capsula, chiudi lo sportello e voilà, tutti gli atomi nella capsula (compresi quelli che compongono il tuo corpo) vengono inviati nel momento e nel luogo che preferisci. È facile, indolore e non devi nemmeno toglierti i vestiti. L'unico inconveniente è che il viaggio è di sola andata, quindi è bene essere sicuri.

E io sono sicuro.

                                                                                                           ******

Ho solo bisogno di lasciar andare. È quello che mi ha detto ogni terapeuta, psicologo, psichiatra, medico, sacerdote, agente di polizia, assistente sociale, amico e familiare. Lasciare andare, come se la morte di mio fratello minore fosse un'altalena al trapezio, e tutto ciò che devo fare è allentare la tensione nelle mie mani e avere fede che qualcun altro sarà lì fuori, nell'etere, ad afferrarmi al volo. Lascia andare, vai avanti, onora la memoria di tuo fratello. Il Paradiso ha guadagnato un altro angelo. Tutto accade per una ragione.

Il problema è che nessuno di loro ha vissuto quello che ho vissuto io. Stanno semplicemente recitando il copione da leggere a qualcuno nella mia situazione, ma i loro consigli non si basano sull'esperienza. Se qualcuno venisse da me a chiedermi consigli su come costruire un acceleratore di particelle in casa, potrei darglieli perchè l'ho fatto anch'io. Come aprire un sacchetto di patatine senza spargere briciole per tutto il soggiorno? Cercate consigli altrove.

Quindi non sono riuscito a lasciar andare, nonostante i consigli delle persone a me più vicine. Penserete che altri che hanno vissuto una tragedia così sono riusciti ad andare avanti e a vivere una vita normale. Beh, io non sono come loro. Se volete la mia sincera opinione, penso che siano dei bugiardi. Non hanno mollato proprio niente, sono solo diventati esperti nel fingere di averlo fatto, perchè devono tornare a caricare le loro carte di credito, a guardare le repliche di Friends e a qualsiasi altra cosa faccia la gente normale.

Per venticinque anni non sono riuscito a lasciar andare.

E ora non devo più farlo.

So cosa state pensando: la mia spinta a costruire una macchina del tempo nasce dalla mia incapacità di andare avanti? O non riuscivo a lasciar andare perchè credevo di avere la capacità di riparare ciò che era stato rotto?

Una domanda superflua, perchè oggi tornerò indietro di venticinque anni e impedirò che mio fratello venga ucciso.

                                                                                                           ******

L'oscurità della capsula del tempo cede il passo alla luce in un batter d'occhio, e all'improvviso mi ritrovo nella città in cui è successo. Nessuno usa cuffie wireless, guida una Tesla o tiene in mano un iPhone. Sono riuscito a tornare indietro nel tempo.

Ma qualcosa non va.

Il mio orologio è impostato alle 17:07, l'ora impostata dalla macchina. Un cartello dall'altra parte della strada indica le 17:14. La macchina del tempo ha bisogno di conoscere il valore del tempo; cioè cos'è un secondo, cos'è un minuto, eccetera. Ha anche bisogno di un punto di partenza. Nel preparare i miei complessi calcoli per inserire l'ora nella mia macchina del tempo, a quanto pare ho sbagliato di sette minuti. Sono a diversi isolati di distanza e ho solo pochi minuti per raggiungere il luogo dell'incidente.

(A mia discolpa, considerando che l'età dell'universo è stimata in quattordici miliardi di anni, sbagliare di sette minuti è davvero poca cosa.)

Corro lungo la Fifth Avenue, molto più veloce di quanto non abbia fatto da tempo. Mi si forma un crampo nella parte superiore sinistra dell'addome, ma resisto al dolore, grugnendo e gemendo come una donna che si sta inducendo il travaglio mentre cambio marcia e vado più veloce. I passanti mi fissano come se fossi un pazzo, ma la mia preoccupazione per loro è nulla. Questa è la mia unica possibilità. Devo farcela.

A due isolati dal traguardo, vedo che si forma un capannello sotto la tettoia di un condominio. Più mi avvicino, più mi rendo conto che si tratta di un'emergenza, e istintivamente rallento per vedere cosa è successo.

"Mi scusi, signore", dice un'anziana donna avvicinandosi a me. Ha il viso rosso e rugoso, la fronte corrugata dalla preoccupazione, gli occhi umidi di lacrime. "Sa praticare la rianimazione cardiopolmonare?"

"Certo", rispondo istintivamente.

"La mia amica... credo che abbia avuto un infarto!"

Indica il corpo a terra: lì giace un'altra anziana donna vestita con una tuta verde, e una corta parrucca di capelli grigio-blu. Anche da pochi metri di distanza capisco che non respira e il suo viso è innaturalmente pallido, come se non le avessero pompato sangue più su del collo per diversi secondi.

Vorrei aiutare. La donna che ha chiesto aiuto è fuori di sé, preoccupata per la salute della sua amica. E so come si sente, il che mi riporta al motivo per cui sono qui, che non era certo quello di salvare degli ottuagenari dal morire sulla Quinta Strada. Anche se praticassi la rianimazione su questa donna, e anche se fossi in grado di rianimarla, il cervello ha difficoltà a riprendersi da un arresto cardiaco se il cuore rimane inattivo per più di trenta secondi. Oltre a questo, si corre il serio rischio di risvegliarsi come vegetali.

Inoltre, le malattie cardiache sono in genere un disturbo autoindotto. Questa donna potrebbe essere stata una fumatrice, o forse la sua dieta faceva schifo. Se la salvo e si sveglia ricordando ancora il suo nome completo, tornerà al suo pessimo stile di vita e magari sei mesi dopo sarà nello stesso stato.

Ha avuto la sua possibilità di vivere.

Mio fratello, invece…

"Mi dispiace", dico alla vecchia. "Non posso aiutarla."

Mentre corro lungo la Fifth Avenue, ora che mancano meno di due isolati, mi dico che fare entrambe le cose era impossibile. Che sono qui per mio fratello, per la mia famiglia, per la persona che in realtà era sotto la mia responsabilità venticinque anni fa. Che ho passato tutta la vita, dopo l'incidente, a lavorare e faticare per questo momento, e che devo mantenere la concentrazione sul compito che ho davanti. Che avevo rotto qualcosa, e oggi è tutto incentrato sulla riparazione.

Manca meno di un isolato e vedo la folla più avanti: ho fantasticato a lungo su questa immagine, il gruppo di persone in questo specifico angolo di strada in attesa che cambi il semaforo. Sono completamente ignari di ciò che sta per accadere e, se tutto va come previsto, non cambierà nulla.

Manca mezzo isolato e i pedoni all'angolo iniziano ad attraversare la strada. Se riuscirò a farlo, salvare mio fratello sarà una cosa al fotofinish. Nonostante le gambe, lo stomaco e il petto mi stiano urlando contro, corro più veloce e mi faccio largo tra la folla.

Sono bloccato dalla mia destinazione da completi eleganti e maglie da hockey, uomini che urlano nei cellulari e donne in tailleur costosi. Cerco di intrufolarmi, ma i pedoni in città sono ben addestrati a guardare in qualsiasi direzione tranne che verso qualcuno che sta cercando di fare quello che sto cercando di fare io.

Ma non lascerò che questo mi fermi. Ignorando il decoro, mi faccio strada tra la folla, usando le braccia per creare uno spazio tra una donna che puzza di profumo a basso costo e un grassone che indossa un abito di velluto a coste. Entrambi gridano in segno di protesta mentre mi spingo avanti come una di quelle navi che frantumano i blocchi di ghiaccio nel Mar Glaciale Artico. La gente è arrabbiata, ma quando vedrà cosa sto per fare capirà. Continuo a spintonare, e faccio rapidi progressi finchè un tizio corpulento con una felpa da hockey scolorita non mi blocca, e una bella mischia vecchio stile si forma proprio all'angolo tra Atlantic Street e Fifth Avenue.

"Via, toglietevi dai piedi!"

Vengo spintonato da dietro con il doppio della forza che avevo inflitto a chi mi precedeva. Mi schianto contro un tizio corpulento che perde l'equilibrio e cade in direzione della strada.

Pochi secondi dopo, lo sento: rami fradici che si spezzano sotto i piedi. Il tonfo di una ruota da quaranta chili che schiaccia un bambino di venticinque chili. Il sibilo mistico di un'anima che fugge dal corpo.

La folla intorno a me grida e sento ripetere quella frase: "Via, toglietevi dai piedi!"

So cosa state pensando: l'ho detto io.

Ma non è esattamente così.

Mi giro lentamente. Il caos è esploso intorno a me, ma a questo punto, l'unica cosa che penso è esattamente la stessa cosa che ho pensato l'ultima volta: chi è stato a spingermi? Chi mi ha spinto addosso a mio fratello, facendolo cadere in strada?

C'è un uomo in piedi dietro di me che mi sembra stranamente familiare: la mia stessa altezza, la mia corporatura, il colore degli occhi, la struttura del viso. I suoi capelli sono più grigi, ma per lo più scuri come i miei, e sembra avere tra i venti e i trent'anni più di me. Indossa una specie di orologio trasparente al polso che non ho mai visto prima. Si alza, come me, e per un momento ci fissiamo intensamente.

Riconosco la sua disperazione, il suo desiderio di controllo... è come guardarmi allo specchio. Come me, è senza fiato come se avesse appena percorso diversi isolati, e come me non sembra sorpreso da ciò che è successo a pochi metri da noi.

"No… non è possibile" dico piano, sotto la penombra del caos che ci circonda, ma lui mi sente.

"E invece sì. Noi siamo..."

"Assassini."

Assassini testo di Suomiblue
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